di Pino Cabras.
La guerra dei droni ha fatto saltare l’ultima finzione utile con cui l’Europa ha raccontato a sé stessa il conflitto ucraino. Fino a ieri il continente poteva ancora recitare la parte del sostenitore esterno: aiuti, forniture, addestramento, denaro, sanzioni, intelligence. Oggi quella rappresentazione non regge più. Quando Germania, Regno Unito, Norvegia, Paesi Bassi e adesso anche l’Italia entrano nella produzione congiunta di droni con Kiev, non siamo più davanti a una “guerra per procura” nel senso classico del termine. Siamo davanti a una “cobelligeranza industriale, militare e d’intelligence” che Mosca ha deciso di nominare apertamente come tale.
Il segnale è arrivato in modo brutale e repentino. Il ministero della Difesa russo ha pubblicato l’elenco di aziende europee coinvolte nella produzione di droni per l’Ucraina, con indirizzi e localizzazioni. Dmitry Medvedev ha accompagnato quel gesto con un messaggio che non lascia spazio a interpretazioni ingenue: quei siti sono, agli occhi russi, potenziali obiettivi. È il modo con cui il Cremlino sta dicendo agli europei: sappiamo da tempo che siete parte della guerra, ma finora vi abbiamo lasciato il beneficio della finzione; ora quella finzione è finita. E da questa consapevolezza non si torna indietro.
La foto di Friedrich Merz e Volodymyr Zelensky davanti al drone kamikaze Anubis vale più di cento comunicati. Quel velivolo, prodotto dalla joint venture Auterion-Airlogix, è la materializzazione della nuova fase del conflitto, non certo un simbolo marginale. Finora venivano trasferiti alla giunta di Kiev armamenti da magazzino, adesso si costruisce una filiera industriale europea permanente, distribuita, destinata a produrre in massa droni d’attacco autonomi guidati dall’intelligenza artificiale. Il modello è quello degli Shahed iraniani, riprodotti con l’ingegneria inversa: basso costo, saturazione numerica, sciami, capacità di colpire in profondità. La guerra dei droni è ormai una guerra di fabbriche, software, assemblaggi, laboratori. E quelle fabbriche sono in rapida diffusione nell’Europa che si deindustrializza negli altri settori ma è all’alba del Grande Riarmo.
L’Italia si è inserita in questo stesso meccanismo micidiale. L’incontro fra Giorgia Meloni e Zelensky ha aperto esplicitamente il capitolo della produzione congiunta di droni. Zelensky fa da catalizzatore e sta compiendo una tournée europea che ha un obiettivo chiarissimo: trasformare il continente in una rete integrata di officine belliche, cucendo accordi bilaterali che sommano capacità industriali nazionali in una sola catena di montaggio strategica. Berlino produce, Londra coopera, Roma si prepara a entrare. Addio diplomazia: è la costruzione di un’infrastruttura di guerra continentale.
Mosca ha colto perfettamente la portata di questo salto. Il punto decisivo non è la quantità di droni che l’Europa fornirà a Kiev. Il punto è che la Russia considera ormai questi impianti parte organica della macchina bellica ucraina. Il giornalista geopolitico Aleksei Pilko, in un testo che riflette una linea sempre più diffusa nell’analisi strategica russa, lo ha detto senza infingimenti: se alcuni Paesi europei sono diventati la retrovia strategica dell’Ucraina, non c’è più differenza sostanziale tra loro e il territorio ucraino. Questo è il nuovo paradigma. E quando un paradigma viene enunciato in questo modo, di solito significa che è già entrato nella preparazione dottrinale. L’impensabile diventa pensabile.
Il passaggio più pericoloso sta proprio qui: l’Europa continua a parlare come se si trovasse ancora fuori dalla guerra, ma la Russia la sta già trattando come spazio bellico potenziale. La nozione stessa di “retrovia” si dissolve. Un impianto industriale in Baviera, una linea di assemblaggio in Veneto o in Sardegna, un laboratorio software in Estonia cessano di essere luoghi protetti dalla distanza geografica. Entrano nella mappa dei bersagli pensabili. E Mosca ha scelto di renderlo esplicito proprio per costringere i governi europei e i loro popoli a guardare in faccia questa realtà: non siete più spettatori armati, siete dentro la guerra.
In questo quadro si capisce anche il comportamento dell’amministrazione americana. Washington dà ogni giorno più segnali di voler allentare i vincoli automatici della NATO. Il solito capriccio trumpiano? La solita tattica negoziale? No. Gli Stati Uniti sanno che la guerra europea sta entrando in una fase in cui il rischio di collisione diretta Russia-Europa cresce rapidamente, e non intendono farsi trascinare in un meccanismo che potrebbe portarli a una cobelligeranza piena con conseguenze apocalittiche. Se l’Europa vuole trasformarsi in piattaforma avanzata della guerra dei droni, gli americani sembrano intenzionati a lasciare che se ne assuma da sola il peso. È come se ci dicessero: “volete suicidarvi? Prego, accomodatevi, ma senza di noi!”
C’è poi il secondo fronte, altrettanto esplosivo, che spinge Washington verso lo sganciamento: la tensione crescente fra Israele e Turchia, che pochi ancora notano, ma è già decollata. Gli Stati Uniti vedono avvicinarsi una possibile frattura insanabile tra un alleato mediorientale centrale e un membro NATO strategico. Restare legati a obblighi automatici in un simile scenario significa rischiare di essere trascinati in conflitti incrociati ingestibili. Anche qui il riflesso americano è lo stesso: ridurre l’esposizione, guadagnare margine di manovra, sottrarsi ai meccanismi di solidarietà automatica.
L’Iran ha dato un’ulteriore dimostrazione di quanto sia cambiata la grammatica della guerra. La risposta all’aggressione USA-Israele ha mostrato che i vecchi tabù regionali possono saltare in poche ore. Colpire indirettamente i Paesi del Golfo, mettere sotto pressione rotte energetiche, destabilizzare equilibri ritenuti intoccabili: Teheran ha fatto capire che quando certe linee rosse vengono superate, il conflitto non resta confinato al teatro iniziale. Questo vale per il Medio Oriente e vale, con ancora maggiore potenza distruttiva, per l’Europa. Gli USA hanno sottovalutato drammaticamente l’Iran, i dirigenti europei stanno sottovalutando tragicamente la Russia, un boccone ben più grande da digerire.
Il continente europeo si è immerso nella guerra scegliendo di colpire in profondità la Russia attraverso corridoi aerei che passano dentro l’ombrello NATO e attraverso retrovie industriali pienamente integrate nella NATO stessa. Questa scelta cambia tutto. Cambia la natura del rischio. Cambia la postura strategica russa. Cambia il significato della sicurezza civile europea. Ogni giorno che passa senza che questa verità venga detta con chiarezza alle opinioni pubbliche europee aumenta la possibilità che il risveglio avvenga nel peggiore dei modi: non attraverso un dibattito politico, ma attraverso il primo attacco che renda impossibile continuare a fingere, con un intero continente in ginocchio e senza energia.
La vera tragedia è proprio questa: mentre la guerra muta scala e geografia, i governi europei continuano a presentarla come se fosse ancora un conflitto delegato, remoto, circoscritto. Non lo è più. E la Russia, con la franchezza che le è propria, ha appena avvertito il continente che intende trattarlo di conseguenza. Se non si comprende che siamo già entrati in una nuova fase storica, la catastrofe non sarà un’ipotesi teorica: diventerà il nome retrospettivo dell’errore che non si è voluto vedere in tempo. Sempre che poi ci sia ancora qualcuno a poterlo raccontare.