Draghi parla. E sono problemi veri per l'Italia

Draghi è fermo. Renzi si muove. Ma nella direzione non proprio gradita: quella del precipizio politico. Senza sponde a Berlino, Bruxelles e nella Bce.

Draghi parla. E sono problemi veri per l'Italia
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8 Agosto 2014 - 11.34


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da SenzaSoste.it.

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L’analisi della portata dei dati sulla
recessione italiana non poteva prescindere dal consueto discorso, quello
del primo giovedì del mese, da parte del presidente della Bce Mario
Draghi.

L’annuncio di una qualche politica all’americana, come auspicato
e a tratti persino anticipato da qualcuno, di iniezione di liquidità
nel mercato, di acquisto diretto di debito pubblico avrebbero
sicuramente aiutato il governo Renzi.

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Ma anche una definizione più
precisa delle politiche di finanziamento alle banche, con l’obbligo di
prestare parte di questo finanziamento alle imprese produttive, un aiuto
al governo Renzi l’avrebbe dato comunque.

Certo, a differenza di
qualcuno che non è ancora sceso sulla terra o fa finta di non esserci
sceso, non c’è da aspettarsi molto dal combinato di iniezione di
liquidità nel mercato ed egemonia dell’economia darwiniana e selettiva.
Lo provano le politiche di stimolo di Obama del 2010 e le Abenomics
giapponesi degli ultimi mesi. Ma per il governo Renzi si sarebbe
trattato comunque di ossigeno finanziario poi, un domani, qualcosa si
sarebbe inventato.

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E’ andata che Draghi ha parlato, dicendo
“faremo cose straordinarie se richiesto dalla situazione”, ma non ha
fatto niente. E’ il primo, grosso problema per il governo Renzi
paralizzato dai patti di stabilità europei quindi bloccato negli
investimenti e con il Pil in caduta. E per adesso senza un visibile
immediato aiuto da parte della Bce (nonostante l’appello di Bini-Smaghi,
sodale di Renzi ed ex membro del Board della Bce). E con una recessione
che è partita con l’insediamento di Monti e non si è mai fermata a
riprova della politica suicida del centrosinistra di appiattimento su Ue
e Bce. 

Ma è anche un problema per Draghi che aveva già usato parole
come queste (“faremo tutto quando il necessario”) due anni fa. Nel
periodo acuto della crisi del debito sovrano. Allora ebbero un effetto
nelle politiche e sui mercati. Oggi ripeterle sembra più che altro un
esercizio di governance usurata. 

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Certo, i tassi di interesse rimarranno
bassi, e questo non piace ai fondi pensione tedeschi (soggetto che
conta) che vedono erosi i loro margini di profitto, ma Draghi, a
differenza di altre occasioni (il piano straordinario di finanziamento
alle banche del 2011), non è venuto in aiuto agli interessi immediati
del governo in carica a Roma. Anzi, se si legge il discorso di Draghi in
controluce, dalla Bce per il governo Renzi sembra di intravedere che
arrivino più problemi che aiuti.

Ma qui andiamo per gradi: secondo il
Financial Times Draghi si è trovato, nel discorso del primo giovedì del
mese, a dover dare risposte almeno di fronte a 5 punti nodali che si
sono sovrapposti nelle ultime settimane: stagnazione, tensioni,
geopolitiche, deflazione, istituzione degli Abs (strumenti di
cartolarizzazione del debito che, in sé, sono all’origine della crisi
Lehman e che invece la Bce vuol vendere come risolutivi di parte della
crisi di liquidità bancaria), pressioni politiche. 

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Tra queste ultime il
Financial Times metteva proprio quelle di Renzi per l’allagamento del
patto di stabilità e la possibilità di stanziare maggiori investimenti
per l’Italia. Una risposta, indiretta, a Renzi c’è stata. E non è delle
migliori per Matteo Renzi. 

Anzi, contiene proprio l’altro problema
grosso: Draghi ha infatti parlato di necessità della cessione di
sovranità, da parte dei paesi membri dell’eurozona, per “le riforme”. 

Il
gioco di sponda tra Berlino, Parigi e la City, come sognato da Renzi,
per strappare qualche miliardo di tagli in meno nella legge di stabilità
o la benevolenza su qualche legge più favorevole all’Italia è stato
stoppato appena agli inizi. 

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Renzi, leggendo Draghi, deve cedere maggiore
sovranità a Bruxelles.

Per adesso, per il governo italiano, è
più un invito ad autocommissariarsi che altro. 

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Poi, se la presenza di
Padoan (che, non dimentichiamo ha responsabilità dirette come Fmi nel
default argentino del 2001 e nel recente dissanguamento della Grecia)
non fosse del tutto rassicurante allora magari Francoforte chiuderebbe
gli occhi verso ipotesi di cessione di sovranità più formali. 

C’è quindi
da considerare che il disimpegno di Goldman Sachs dagli investimenti
nel debito sovrano italiano trova in Draghi, ex consulente dello stesso
colosso finanziario, piena legittimità. 

Non ci sono, per adesso (poi
vedremo nel prossimo futuro) gli estremi per investire in Italia:
pessimo outlook economico, disimpegno investitori finanziari che è
cominciato nel 2013, mancanza di sostegno, almeno al momento, da parte
della Bce, rischi di di frenata non solo dell’economia globale ma anche
della politica di immissione di liquidità della Federal Reserve (che ha
permesso di tenere Btp bassi in assenza di una economia reale solida
grazie alla politica “metto in mano ai finanzieri soldi a costo zero
purché comprino e rilancino i mercati” da parte degli Usa).

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Se Draghi è quindi fermo, con
dichiarazioni di principio che non smuovono molto su crescita e
deflazione registrando forti tensioni geopolitiche, Renzi si muove. Ma
nella direzione non proprio gradita: quella del precipizio politico. 

Senza grosse sponde a Berlino, Bruxelles e nella Bce, l’attuale
presidente del consiglio potrà infatti vendere quanto vuole, via
Twitter, la riforma del senato e quella elettorale. E’ destinato infatti
alla sconfitta economica e, di conseguenza, a quella politica. 

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Sarebbe
solo questione di tempo se le cose continuassero nel modo prefigurato da
Draghi. Per questo Renzi non si arrenderà.

Ma il tempo delle chiacchiere è finito: o
l’Italia sfora, in qualche modo, il patto di stabilità, con gli
investimenti pubblici (visto che quelli privati comunque non ci sono) o
rimane nella spirale recessione-tagli-recessione. Con conseguenze
immaginabili. Ma forse poco, vista la fiducia vanesia con la quale Renzi
è stato votato. 

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Karl Kraus diceva che per prevenire le guerre
basterebbe l’immaginazione dei loro effetti. La regola vale anche per le
guerre finanziarie, un secolo dopo.

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I TEMPI DI RENZI:

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