Intervista a David Colantoni a cura di Giacomo Maria Prati – Il Giornale d’Italia.
Il 16 maggio presenterai insieme a Luciano Canfora, al Salone del Libro di Torino, la tua nuova opera, già in prevendita e disponibile nelle librerie i primi di maggio: “Teoria della Classe Armata. L’età del potere militare”. Un libro che mi sembra innovativo già dal titolo: è bello sentir parlare di “teoria” e di “classe” in un momento culturale abbastanza conformista, dove sembra perso sia l’aspetto speculativo sia la dimensione sociale. Esistono quindi ancora le “classi” e quale tendenza sociale analizzi in questo tuo volume?
Il primo capitolo si apre con una epigrafe dal libro di Pier Giorgio Ardeni. Le classi sociali in Italia oggi -Editori Laterza 2024, che recita cosi: “Perché le classi sono scomparse dal discorso pubblico – ben oltre i confini dell’analisi sociologica – quando la realtà ci dice che esse sono ben presenti nel corpo sociale?” Dunque, sì, con Ardeni, a cui però è sfuggita la Classe Armata, penso che le classi sociali esisteranno fino alla fine della società umana. La tesi centrale della mia teoria è che il passaggio dagli eserciti di cittadini-soldati a eserciti professionali volontari – avvenuto negli Stati Uniti nel 1973 e poi adottato da quasi tutto l’Occidente, preceduto dall’Inghilterra di circa dieci anni – non è stata una semplice riforma militare, ma una vera e propria controrivoluzione silenziosa. Si tratta di uno spartiacque profondo nella storia della civiltà illuminista occidentale, nata dalle rivoluzioni borghesi. Privando i cittadini del monopolio della violenza legittima dello Stato – un diritto conquistato in secoli di lotte sanguinose contro l’aristocrazia guerriera feudale, dai comuni dell’XI secolo alle rivoluzioni del XVIII fino alle discussioni costituenti italiane sull’articolo 52 – si è reciso il legame fondante tra cittadinanza e responsabilità militare. Come recita Tito Livio, «solo coloro che difendono in armi lo stato hanno il diritto di parola nelle assemblee». Un legame che Livio e poi Machiavelli consideravano il fondamento stesso della libertà politica, della libertas tra pari. Spezzata questa relazione nella seconda metà del XX secolo, è emersa una nuova classe dominante: la Classe Armata. Essa si è costituita intorno al possesso esclusivo dei mezzi della violenza, reso possibile dalla professionalizzazione degli eserciti che la rivoluzione illuminista aveva invece voluto come res communis nella res publica. Questa neo-classe possiede una logica autonoma di riproduzione, propri interessi di classe e un meccanismo peculiare di accumulazione del potere. Nel libro vi dedico ampie analisi politico-economiche, anche con formule euristiche: non più il ciclo capitalista D → M → D’, ma, parafrasando Marx, il circuito Potere → Denaro → Plus Potere (P-D-P’). Il Potere militare parassita Denaro pubblico , che genera ancora più Potere. L’estetica Necatrix, diffusa attraverso il Militainment (videogiochi di guerra e cinema), a cui dedico la terza parte del libro (definita da Sachs straordinaria), è il suo principale strumento di dominio ideologico. La prima parte del volume si chiude con il capitolo «Stima empirica della Classe Armata nel 2025», in cui ne analizziamo composizione e dimensioni.
Il tuo approccio analitico è neo-marxiano o semplicemente pragmatico? Te lo chiedo perché anni fa sia Diego Fusaro che Marco d’Eramo sostenevano che la lotta di classe esiste ancora ma non “si vede”, perché ha vinto un’élite al potere di tipo tecno-bancaria e iper-liberista contro le altre classi, ridotte a semplice massa passivamente suddita e ancillare.
Il mio approccio analitico non è rigidamente neo-marxiano, ma neppure semplicemente pragmatico. La bibliografia essenziale del volume conta 787 voci: una è ovviamente Il Capitale di Marx, ma le restanti 786 non lo sono. Per quanto riguarda il materialismo, nella prefazione a Socialismo liberale di Carlo Rosselli, Bobbio scrive che materialismo storico e lotta di classe sono le due tesi universalmente accettate del marxismo, «intese una come verità filosofica e l’altra come dato di fatto». Sono quindi strumenti universalmente ritenuti validi e ormai spogliati di ogni polarizzazione ideologica. Per il resto, ti rispondo con un passaggio del libro stesso: «Mentre nella tradizione sociologica la Borghesia si configura come classe dominante che presiede ai mezzi di produzione (capitale, tecnologia, opifici, risorse), esercitando il proprio primato attraverso una razionalità capitalista volta all’accumulazione del profitto, la Classe Armata si erige a sovrana dei mezzi della violenza, consolidando la propria egemonia mediante una razionalità del potere decisionale orientata al controllo, in sintonia con la teoria delle classi di autorità di Dahrendorf. Quest’ultima, divergendo dal marxismo classico, fonda il conflitto di classe non solo sul controllo dei mezzi di produzione, ma sull’esercizio dell’autorità. Tale razionalità si conforma anche alla zweckrationalität weberiana, che descrive le decisioni dell’elite come guidate da una logica strumentale tesa a massimizzare il dominio su risorse e istituzioni, appropriandosi di quote di ricchezza pubblica e di poteri decisionali sottratti alle prerogative legittime dello Stato. In quest’ottica, nella prospettiva althusseriana della “struttura a dominanza” dei rapporti sociali, l’istanza securitaria incarnata dalla Classe Armata riarticola economia e ideologia al servizio della propria egemonia, subordinando le dinamiche sociali alla priorità del controllo. La Classe Armata occidentale si configura così come una classe dominante che esercita il potere attraverso associazioni imperative transnazionali quali la NATO, il comparto militare-industriale integrato transnazionale e il network dei ministeri della difesa occidentali, ausiliari al potere di tale classe». Da qui puoi evincere che il marxismo è solo uno degli importantissimi strumenti ermeneutici usati nella ricerca. Riguardo alla lotta di classe, nel libro il capitolo VIII si intitola proprio Lotta di classe asimmetrica, perché teorizzo che la Classe Armata conduca una lotta di classe parassitando il capitale e il lavoro senza dichiararla alla Borghesia capitalista e alle classi lavoratrici assimilate, le quali la subiscono senza esserne consapevoli. È un libro che si rivolge pertanto sia agli imprenditori parassitati dalle spese militari che ai lavoratori che dovranno ammortizzare queste spese con sacrifici sui consumi sempre più grandi. Abbiamo tutto sotto gli occhi in questi giorni. Diamogli un nome.
A tuo parere, il potere militare quale potere autonomo, auto-referenziale e a sua volta inducente politiche asservite a sé è una necrosi che riguarda solo l’Occidente e la Nato, oppure è un’inclinazione ormai mondiale e sistemica?
Innanzitutto ricordiamoci che stiamo vivendo all’interno di una bolla di civiltà generata dalle rivoluzioni borghesi prima e operaie poi, una bolla che ha meno di tre secoli di vita. Per migliaia di anni i guerrieri hanno dominato la storia umana; il valore dell’individuo e dei suoi diritti hanno contato meno di zero. Siamo dentro un incantesimo, pur pieno di contraddizioni, che oggi sembra sul punto di spegnersi. Veniamo al dunque. Il potere militare autonomo, auto-referenziale e capace di indurre politiche a esso asservite non è, a mio parere, un fenomeno puramente occidentale o limitato alla NATO, ma una tendenza pericolosa che sta diventando sistemica a livello globale. Nel libro dimostro tuttavia che questa trasformazione ha assunto, per ora, un carattere epocale e peculiare soprattutto nell’Occidente atlantico. Russia e Cina pur avendo quote di truppe professionali, hanno infatti scelto consapevolmente, fino a oggi, di mantenere eserciti basati sul principio del cittadino-soldato – di matrice sia borghese-rivoluzionaria che operaia-rivoluzionaria – e hanno conservato (o reintrodotto) la figura del commissario politico come strumento di controllo civile sullo strumento militare. Questa figura non è una peculiarità esclusivamente comunista: la sua radice è illuminista e repubblicana, borghese, e nasce nella Rivoluzione francese con i «rappresentanti in missione» inviati dall’Assemblea per vigilare che i generali non usassero la forza armata contro la rivoluzione o per trasformarla in potere personale. Mao e i comunisti cinesi l’hanno ereditata e rafforzata; la Russia l’aveva abolita dopo il 1991 ma l’ha formalmente reintrodotta nel 2018 proprio per scongiurare derive autonome delle forze armate (ricordiamo la parentesi Prigozhin). In Occidente, invece, abbiamo assistito al processo opposto e profondamente regressivo. Contro la tradizione illuminista e repubblicana – che da Machiavelli in poi aveva sempre messo in guardia contro il pericolo delle fanterie mercenarie o professionalizzate, capaci di ricattare il potere politico, di mentire affinché la guerra duri (si pensi all’Iraq di Powell) – si è affermata una forza armata interamente professionale, sganciata dal corpo sociale, teorizzata da intellettuali come Huntington e Janowitz. Russia e Cina, pur con tutti i loro limiti, hanno finora resistito a questa deriva proprio perché conservano memoria storica di quanto sia pericoloso lasciare lo strumento militare in mani corporative autonome. Ciò non significa che siano immuni: se la pressione militare occidentale continuerà a crescere e imporrà una nuova corsa agli armamenti prolungata, anche Mosca e Pechino potrebbero veder rafforzarsi al proprio interno tendenze simili. In questo senso, la necrosi del potere militare autonomo non è più solo un problema occidentale: sta diventando una minaccia sistemica per l’intero pianeta e prefigura l’avvento della profezia di Lasswell di un’era di Stati Caserma a cui potremmo essere pericolosamente vicini. Tuttavia è nell’Occidente atlantico che questo processo ha raggiunto il grado più avanzato e pericoloso, mettendo a rischio non solo la democrazia ma la stessa sopravvivenza del progetto illuminista di cui l’Occidente si proclama erede. Per il momento, mentre le due grandi superpotenze hanno commissari politici civili che controllano i militari, in Occidente ci siamo infestati di commissari militari che controllano la politica civile affinché non prenda decisioni contrarie agli interessi della Classe Armata, ponendo in cima alle agende dei governi la fabbricazione del caos geopolitico per soddisfare la propria sete di ricchezza pubblica e potere decisionale.
Più volte tu parli di «guerre autodistruttive». Perché?
L’Occidente, come superpotenza globale uscita vincitrice dalla Guerra Fredda con un vantaggio schiacciante su tutti i fronti, dal 1991 a oggi ha condotto una sequenza quasi ininterrotta di conflitti – Iraq, Afghanistan, Libia, Siria, Ucraina e ora il conflitto con l’Iran, che ha innescato una crisi multidimensionale globale penalizzando innanzitutto l’Europa. Invece di consolidare la propria egemonia e sfruttare i venti anni di finestra strategica favorevole del cosiddetto momento unipolare, il dividendo della pace, in cui era egemone indiscussa, ha dissipato risorse colossali in missioni militari in deserti senza senso strategico, allargato la NATO consapevole che ciò avrebbe innescato una guerra civile in Europa, contribuito alla deindustrializzazione dell’Europa alleata e spinto Russia e Cina verso un’alleanza sempre più stretta, trasformando il caos in condizione strutturale e distruggendo il capitale reputazionale costruito sulle basi delle rivoluzioni illuministe che nemmeno gli orrori del colonialismo e dell’imperialismo erano riuscite del tutto a sovrascrivere. Nessuna delle teorie tradizionali delle relazioni internazionali riesce a spiegare questo comportamento sistematicamente autolesionista. Né il neorealismo di Kenneth Waltz e John Mearsheimer, che vede gli stati come attori razionali in cerca di sicurezza in un sistema anarchico, né le analisi liberali sull’ordine internazionale, né le spiegazioni basate sugli “errori” neocon o sugli interessi energetici riescono a dare un filo rosso convincente. Tutte queste teorie continuano infatti a presupporre che l’attore principale sia ancora lo Stato-nazione borghese o la borghesia capitalista nel suo complesso, portatori di una razionalità unitaria orientata alla stabilità e all’accumulazione di plusvalore. Dal 1973, con la professionalizzazione degli eserciti, l’attore razionale è invece cambiato: è emersa una neo-classe con una logica propria. La mia tesi identifica proprio questo soggetto diverso: la Classe Armata. Essa non accumula plusvalore nel senso classico, ma, come teorizzo nella seconda parte del libro, plus-potere attraverso il circuito Potere → Denaro → Plus Potere (P-D-P’). Il caos geopolitico non è un fallimento o un errore: è il prodotto funzionale alla sua riproduzione di classe. Ogni nuova guerra o crisi militarizzata genera budget straordinari, commesse, avanzamenti di carriera e maggiore influenza politica. Ciò che appare irrazionale dal punto di vista dello Stato o della borghesia tradizionale diventa perfettamente razionale dal punto di vista della Classe Armata. È una razionalità parassitaria che ha progressivamente subordinato la logica borghese-capitalista alla propria. Il risultato è un Occidente che, dal punto di vista del suo interesse storico, sembra agire in modo suicida, mentre in realtà sta obbedendo alla logica riproduttiva della classe oggi egemone. Sono consapevole che la categoria di “classe” possa sembrare forzata ad alcuni. Ma posso rassicurare, non ho descritto un soggetto monolitico con coscienza unitaria perfetta. Si tratta piuttosto di un blocco di potere stratificato, mosso automaticamente alla soddisfazione dei propri bisogni con tensioni interne e divergenze tattiche. Eppure, al di là di queste frammentazioni, emerge una logica comune di autoriproduzione e cattura dello Stato che va molto oltre la semplice inerzia burocratica o l’influenza di lobby. È questa autonomia crescente dell’apparato militare-professionale – e la sua capacità di trasformare il caos in risorsa sistemica – che la mia teoria cerca di nominare, dando una prima cornice teorica rigorosa a una mutazione che finora è rimasta come una singolarità sconosciuta nell’orizzonte degli eventi: la Classe Armata.
Il tuo libro vanta contributi preziosi e prestigiosi: Luciano Canfora, Oliver Stone e il prof. Jeffrey Sachs. È un segno che hai colto un nervo vivo e scoperto (ma sfuggito a tutti) delle dinamiche mondiali in corso?
Forse non spetterebbe a me rispondere a questa domanda, ma poiché me l’hai posta rifletto che Canfora è uno dei maggiori storici viventi, erede della più grande tradizione filologica e materialistica europea. Il fatto che, venuto a conoscenza della mia ricerca, mi abbia commissionato lui stesso questa opera di sintesi del mio inedito trattato sulla Classe Armata – tre milioni e mezzo di battute a cui ho lavorato dieci anni, come è spiegato nel libro – e gli abbia dedicato un lungo proemio, indica chiaramente che riconosce nella Teoria della Classe Armata una lettura storicamente fondata di una mutazione profonda della civiltà occidentale. Oliver Stone ha dedicato gran parte della sua opera cinematografica a smontare il potere militare americano e il complesso che lo sostiene. La sua prefazione testimonia che egli vede in questa analisi uno strumento concettuale preciso, «un bisturi affilatissimo» come scrive, per capire come quel potere si sia trasformato da apparato in una vera e propria classe sociale autonoma, dotata di interessi e volontà politica propri. Jeffrey D. Sachs, economista di livello mondiale e osservatore critico delle dinamiche geopolitiche e finanziarie statunitensi, porta nella prefazione la capacità di misurare le conseguenze economiche e sistemiche di questo fenomeno: lo spostamento di risorse gigantesche dalla sfera produttiva a quella parassitaria militare, la militarizzazione della globalizzazione e l’erosione della razionalità borghese classica. Tre figure così diverse – uno storico europeo di altissimo profilo, un regista che ha scandagliato per decenni il militarismo USA dall’interno, e un economista che ha conosciuto da vicino le leve del potere globale – convergono nel riconoscere che la nascita della Classe Armata non è un fenomeno marginale o ideologico, ma un processo strutturale che sta ridefinendo le gerarchie del potere in Occidente. Questo consenso trasversale mi fa sospettare che il libro abbia colto, come suggerisci, un nervo vivo delle dinamiche mondiali in corso: un mutamento storico che era sotto gli occhi di tutti, ma che finora era rimasto in gran parte innominato. Un po’ come avviene per le singolarità cosmiche, che, pur sconosciute, sono percepite dalla scienza attraverso le anomalie che la loro supergravità produce – ad esempio nel comportamento della luce. Nel nostro caso si tratta dell’irrazionalità apparentemente autodistruttiva della geopolitica atlantica, finché non si capisce che essa serve gli scopi di riproduzione della Classe Armata attraverso il Caos controllato e la fabbricazione di guerre, come in Iran. Si tratta insomma di aver dato nome e una prima cornice teorica di un certo rigore a una trasformazione epocale che sta modificando la natura stessa dello Stato di matrice illuminista e della politica occidentale. In questo senso, possiamo dire che le tre prefazioni sono sicuramente, come dici tu, un segnale importante: la tesi della Classe Armata sta emergendo come una nuova chiave interpretativa necessaria per leggere l’età del potere militare in cui siamo entrati. Chiudo su queste tre straordinarie figure esprimendo verso di loro un debito di riconoscenza inestinguibile, di cui è monumento lo stesso libro da essi introdotto.
Questa neo classe, che con il tuo libro, come scrivi, registri alla anagrafe della storia, è un attore della politica mondiale di primissimo piano, quali sono state le conseguenze più importanti della sua emersione e della sua attività?
Sì, possiamo identificare almeno due macro-dimensioni in cui l’emersione della Classe Armata ha prodotto mutazioni epocali. Per ragioni di spazio ne indico qui una sola, quella che costituisce il cuore della terza parte del libro. L’ho chiamata Estetica Necatrix – dal latino necare, uccidere con spietatezza. Si tratta di un’estetica che uccide attraverso la rappresentazione: non un paradosso, ma il meccanismo più efficace di egemonia del nostro tempo. Per quasi 1700 anni, nella civiltà di matrice cristiana, ogni grande sforzo estetico è stato sussunto all’universale della Natività: la madre col bambino come immagine sacra della vita, del cominciamento, della possibilità del nuovo (come ricordava Hannah Arendt). L’emersione della Classe Armata ha operato una vera e propria rivoluzione copernicana nella sfera del bello: ha spostato il polo del sublime dall’Annunciazione all’Annientamento, dall’atto di dare la vita all’atto di toglierla militarmente. Oggi il “bello” per eccellenza è l’omicidio militare spettacolarizzato e la rappresentazione della distruzione bellica del mondo durevole. Le stanze illuminate solo dallo schermo, dove centinaia di milioni di persone – soprattutto giovani – passano ore a praticare l’omicidio militare in prima persona in forma di videogames, sono diventate le nuove catacombe di una religione inversa: non più il culto della vita nascente, ma il culto liturgico della morte data a distanza, con precisione tecnologica e gratificazione dopaminergica. I numeri sono impressionanti e politicamente decisivi. Su circa 3,6 miliardi di persone che giocano ai videogiochi nel 2025, più di un miliardo e mezzo ha giocato regolarmente a titoli di guerra negli ultimi dodici mesi. Non è un dato di mercato: è un dato di formazione di massa della soggettività. È il bacino oceanico di consenso alla metafisica militare di cui parlava C. Wright Mills. Questa estetica non si limita a rappresentare: plasma. Desensibilizza alla violenza reale (come dimostrato da studi classici come quello di Carnagey, Anderson e Bushman del 2007 e dalle ricerche successive), reifica la vittima (la Kill Cam di Sniper Elite che trasforma il corpo umano in un oggetto anatomico da disintegrare al rallentatore), e crea una distanza ontologica tra chi preme il grilletto – reale o virtuale – e chi muore. È la stessa distanza che separa il pilota di drone nel Nevada dal villaggio afghano o iracheno, o il cecchino israeliano dal bambino palestinese in attesa di aiuti. Lo abbiamo visto siglato culturalmente nel 2014 con American Sniper di Clint Eastwood: pochi minuti dall’inizio, un cecchino dei Navy SEAL uccide un bambino con un colpo al cuore e poi la madre. Quella scena, che profana il cuore stesso dell’iconografia cristiana, è tracimata nei videogiochi. Nel 2019, Call of Duty: Modern Warfare – sviluppato con consulenti ex Navy SEAL – ha reso interattiva una sequenza in cui il giocatore irrompe in una stanza buia e può sparare alla madre che tiene in braccio il neonato (ma non al bambino, pena il game over e il messaggio moraleggiante “i bambini sono non-combattenti”). Siamo all’orrore evocato dal colonnello Kurtz in Apocalypse Now – «uccidere senza giudizio» – non più denunciato, ma gamificato e reso desiderabile. Questa Estetica Necatrix annuncia, esattamente come facevano le pitture catacombali dell’Annunciazione, un cambio di paradigma di civiltà. I valori cristiano-illuministi della sacralità della vita e della dignità della persona sono già stati abbattuti nella sfera della rappresentazione e sostituiti da un nuovo vertice del bello: la potenza distruttiva tecno-militare, la supremazia asimmetrica, la derealizzazione del nemico come insetto o pixel da annichilire. È una annunciazione in attesa di avvento definitivo. Le conseguenze politiche sono terrificanti: quando un miliardo e mezzo di persone pratica quotidianamente questo culto, la resistenza etica alle guerre permanenti, alle operazioni “umanitarie” infinite e alla militarizzazione della società civile si dissolve. Non serve più imporre con la forza l’accettazione della violenza militare: la si rende attraente, ludica, gratificante. Si produce direttamente la soggettività che la desidera. Il resto – dal ritorno del teschio come emblema (dal Totenkopf nazista al Punisher sui Navy SEAL), alla tracimazione del militainment nella polizia (ICE), fino ai droni come Angelus Novus della nuova era – è ampiamente articolato nel libro. Ma il nucleo è questo: con l’Estetica Necatrix la Classe Armata non ha solo preso il monopolio della violenza legittima. Ha preso il monopolio del bello, e quindi del desiderio. E quando il bello si fa omicidio militare spettacolarizzato, la civiltà che abbiamo conosciuto , nella sua essenza rappresentativa, è già sprofondata in una notte oscura — molto più tetra delle nebbie del terzo millennio attraverso le quali Hobsbawm, nel suo Il secolo breve, diceva di non riuscire a vedere
Grazie David per l’approfondimento che hai condiviso con noi.
Per chi voglia ulteriormente approfondire i temi trattati ecco il link dell’evento ufficiale del prossimo Salone del libro di Torino che vedrà il nostro autore tra i protagonisti: https://www.salonelibro.it/programma-eventi/david_colantoni/19263 e il link per la prevendita con un suo altro libro in omaggio: https://www.gruppomacro.com/prodotti/teoria-della-classe-armata-l-eta-del-potere-militare
https://www.ibs.it/teoria-della-classe-armata-eta-libro-david-colantoni/e/9788865883228?
https://www.libraccio.it/libro/9788865883228/david-colantoni/teoria-della-classe-armata.-l’et%C3%A0-del-potere-militare.html
