di Pierluigi Fagan.
Pino Arlacchi, sul Fatto, ha scritto un articolo di analisi sui rapporti tra declinante civiltà occidentale e ascendente gruppo delle civiltà oggi dette “Sud del mondo”, anche se alcune sono ad est piuttosto che a sud.
Ha citato Arnold Toynbee, storico il cui nome è legato in particolare proprio alla parte degli studi storici che si occupa delle civiltà. Toynbee segnalava come le civiltà muoiano per suicidio piuttosto che omicidio, ma avrebbe potuto anche dire per progressivo disadattamento.
Il ciclo di civiltà prevede nascita e affermazione, espansione, inizio delle contraddizioni adattative che accompagnano il declino, fine della civiltà che o si scioglie in altri sistemi e si riformula dopo un certo tempo, ma in maniera che è difficile ricondurre al corso della storia precedente. Il vertice della curva adattiva, lì dove terminano i “tempi d’oro” e inizia il declino, è dato dal semplice fatto che il tempo passa e modifica il contesto in cui la civiltà ha prosperato. Le civiltà sembrano cieche a questo cambiamento del loro contesto, non se ne accorgono o più spesso lo rifiutano e così vanno sempre più progressivamente in disadattamento perché non cambiamo quando intorno tutto cambia. Tutte le forme viventi sono soggette alle regole adattive, ma le civiltà sono soggetti solo in senso metaforico, sono sistemi acefali e incoscienti senza un unitario corpo biologico.
Prendendo le élite di sistema che governano o amministrano i corsi di una civiltà, nella fase del declino, si nota una scadente produzione di leader, una assenza di nuove idee, un insistere pervicacemente e con sempre più cocciutaggine ad applicare i modi che hanno fatto grande quella civiltà come se il problema fosse di quantità e non di qualità.
Va detto che le élite di sistema si trovano in un ontologico conflitto di interesse. Le modifiche richieste da nuovi adattamenti sono strutturali, richiedono cioè di cambiare i modi con cui le élite stesse vengono ad essere tali, ovvio che non saranno certo loro a riformulare il sistema. Inoltre, essere “élite” non denota altro merito che l’essersi ben ambientati dentro un sistema, non porta affatto sapere bene cos’è quel sistema, la dipendenza dal contesto ed eventualmente in che senso e modo cambiare.
Nel declino, nelle società si vanno accumulando malfunzionamenti e contraddizioni, paure e disagi che aspiranti leader occasionali sfruttano per ascendere alle sfere di potere. Anche coloro che partono con sincere per quanto vaghe e stilizzate intenzioni di cambiamento, finiscono con l’essere risucchiati dalle inerzie dei modi consueti, tradendo le intenzioni originarie.
Va anche detto che è la società stessa ad avere una sua inerzia. Nel suo studio del 2020, lo psicologo sociale John T. Jost, ha analizzato proprio i meccanismi di questa inerzia, con il suo “Per una teoria della giustificazione si sistema”. In breve, oltre alle élite in conflitto d’interessi col cambiamento, sono spesso proprio gli strati più bassi della società a dare supporto alle élite di sistema per paura del cambiamento. Per quanto le cose vadano male, si trovano spesso molteplici modi per adattarsi e questa condizione che, per quanto scomoda, è preferita alle incognite del cambiamento radicale che quelle fasce sociali non sono neanche in grado di pensare e poi padroneggiare.
Ma pensare a questioni così complesse è arduo per tutti. Gli intellettuali si trovano strutturalmente legati al successo di teorie, idee, libri, articoli, che portano a cattedre e riconoscimento stante che debbono trovare un pubblico e visto che il pubblico pensa al contingente, si dedicano poco e male a questi studi.
Inoltre, la formazione disciplinare porta ad avere “esperti” di economia, di geopolitica, di sociologia, di storia, di filosofia, di ecologia e quant’altro, ai quali manca sistematicamente la visione d’insieme di cose che di loro natura concreta sono “intessute assieme” (cum-plexus).
Infine, le élite di sistema (che non sono così limitate numericamente, i portatori di interessi vari e a vari livelli sul funzionamento di un sistema vigente arriva fino ad un quarto della società, quella dell’1% è una semplificazione giornalistica non il frutto pensato di una seria analisi sociale), ostracizzano in molti modi ogni pensiero non conforme. Viepiù le cose vanno male, viepiù la liberalità delle idee si restringe e partono le scomuniche e gli ostracismi. L’Inquisizione comparve nell'”autunno del Medioevo”.
L’intellettuale lavora con l’intelletto, ma al di là di questa peculiarità, produce reddito e cerca posizione sociale come tutti. Sono pochissimi e certo non favoriti, coloro che possono permettersi reale libertà di pensiero. Infine, anche l’intellettuale più o meno libero o coraggioso, deve sintonizzarsi con il livello culturale, psichico, emotivo-razionale di un suo pubblico, altrimenti predica nel deserto salvo poi esser “riscoperto” qualche decennio o secolo dopo.
Attualizzando l’analisi ai giorni nostri, definire quando è iniziata la curva discendente della nostra civiltà è complesso. Ogni evento, specie di tale portata è una confluenza di diverse linee di causazione e la causazione è sempre plurale, solo intellettuali vincolati alla loro disciplina e ignari di altri sguardi che hanno altri oggetti del sistema complesso che sono le forme di vita associata, si fissano sull’evento x o la causa y dovuto all’argomento z di cui loro sono esperti.
Tuttavia, si può far risalire l’inizio conclamato del declino agli anni Ottanta. Da poco prima a poco dopo, è iniziato il problema ecologico e il declino demografico ed anche la riproduzione standard (almeno 2,1 figli per coppia) ha cominciato la sua discesa, mentre cresceva vistosamente la porzione di popolazione non occidentale. Eravamo un terzo del mondo ai primi del Novecento, oggi siamo un sesto scarso e in prospettiva ancora meno.
I movimenti sociali e culturali degli anni fine ’60 e ’70 hanno spaventato le élite che, consce di andare incontro a tempi non facili, hanno cominciato a sabotare la precedente ed elementare forma di democrazia combattendo in vari modi ogni attiva partecipazione politica e riducendo il pluralismo al bipolarismo convergente al centro.
Si comincia ad affermare l’ideologia neoliberista (invero nata più di cinquanta anni prima, ma coltivata in silenzio con quella “pazienza strategica” che le élite talvolta mostrano e il popolo no) e subito dopo si parte con la “globalizzazione” per l’intero mondo e la “finanziarizzazione” per i dotati di capitale occidentali, da cui l’inizio di inusitate curve di progressiva diseguaglianza.
L’altro mondo ha approfittato di questa improvvisa estroversione di capitali e de-localizzazioni e appropriatasi dei principi base di economia moderna, ha poi sviluppato una propria strada di sviluppo, formando inedite “potenze” ed “aree mercato” non occidentali. Sistemi che hanno davanti a loro decenni di crescita naturale mentre l’Occidente ha ormai il fatidico “brillante futuro alle spalle”.
Da notare, come notammo qualche post fa, che questa corposa riformulazione dell’economia occidentale è segnata da indici di crescita generale sempre più asfittici, con due ictus, uno nel 2008-9 e l’altro durante il Covid, più formazione e scoppio di bolle digitali a ripetizione. Si può mettere in sincronia la forma sempre più disperata di totalitarismo economico del neoliberismo proprio col fatto che l’economia produttiva funzionava sempre peggio mentre quella finanziaria veleggiava libera e felice sul nuovo mercato mondo.
Accanto a queste dinamiche ormai decennali, i grafici di impoverimento progressivo della classe media spinta ai livelli inferiori assieme a fenomeni di angosciosa precarizzazione, sottoccupazione, riduzione dei poteri d’acquisto.
Da qui in poi, dopo qualche guerra qui e lì, provocazioni verso la Russia che reagisce rovesciando il tavolo ucraino e quindi i fragili equilibri del tentato diritto internazionale, crisi ambientale e climatica, reazione scomposta alla SARS-Covid (come se il problema non fosse stato annunciato e ampiamente previsto sin dalla fine degli anni Novanta), colpo di mano in Siria, Gaza, Hormuz e Iran, fino al recente lancio della “Rivoluzione industriale della Difesa” per la quale gli anziani europei debbono devolvere parti di ricchezza per fare cosa non si riesce razionalmente a capire.
A livello di leader, la sequenza Bush sr, Clinton, Bush jr, Obama, Trump dice con chiarezza del declino americano che è anche culturale, è dentro la società americana. In Europa, l’ultimo leader è stata Merkel (per quanto possa non piacerci ideologicamente), i britannici hanno infilato una sintomatica sequenza di improbabili dopo aver pensato di slegarsi dall’UE per andare a vendere “servizi” al resto del mondo in crescita, sbagliando clamorosamente i calcoli. Macron ha vigilato sull’ultima trincea francese prima dell’avvento di una destra i cui reali programmi non sono noti, l’Italia lasciamo perdere.
In tutto ciò dal crollo dell’Urss nel ’91, la “sinistra” socialdemocratica, socialista, comunista si è o trasformata in liberalismo progressista sui soli diritti civili visto che quelli sociali sono in contraddizione col liberalismo o è letteralmente scomparsa per mancanza di una articolata ideologia che non fosse derivata da sistemi di pensiero addirittura della seconda metà dell’Ottocento.
Di contro, la destra è rifiorita in varie versioni ed ora sempre più pingue visto che si alimenta di paure ed oggi di paure c’è ricca abbondanza. Una breve ed effimera stagione di quello che è stato etichettato come “populismo”, ha svolto funzioni di apparente dissenso, privo di qualsiasi costrutto, sperperando energia sociale.
Di solito, i critici, scelgono bersagli facili come questo o quel leader, venduto, inadatto, squilibrato mentalmente o cos’altro, ma i leader sono solo l’espressione di una porzione di popolo. Sono gli occidentali ad essere l’anima del declino, una civiltà declina tutta assieme in tutti gli aspetti perché è un “sistema”, altrimenti ci sarebbe una frattura ed una ribellione o quantomeno dell’attrito. Ma se c’è una cosa che connota questi ultimi decenni è il quietismo sociale totale.
Del resto, mancando la funzione politica di sinistra storicamente alternativa al sistema in atto, visto che mai risulta esser stata la destra a formulare nulla di più che conservazione, tradizione, ordine e gerarchia, qualche odio un tanto al chilo e un silenzio-assenso verso il capitalismo, il magmatico centro ha avuto gioco facile.
Il declino culturale è stato parallelo e meriterebbe un post dedicato. L’unica forma culturale che sembra in relativa salute è il pensiero tecnico e in parte quello scientifico (più tecno-scientifico che scientifico propriamente detto), ma l’unica vera “innovazione” della seconda metà del Novecento è solo quella info-digitale il cui impatto economico è ancora da ben misurare (molto minore del promesso per ragioni meramente pubblicitarie che alimentano bolle finanziarie), quello occupazionale decisamente negativo, quello culturale al limite della distopia. Oltretutto, per l’Occidente, concentrato in pochissime mani mono-oligopoliste statunitensi, lo stesso Adam Smith sarebbe inorridito.
Si sta così andando verso un triste “finale di partita” in cui gli anziani europei vogliono riarmarsi (?), la democrazia pur relativa è in coma profondo, l’Occidente intero riporta ad interessi finanziari ristretti e strategicamente gestiti alla peggiore configurazione socioculturale di americani della storia, la “cultura” generale è ampiamente regredita, nessuno sa come rianimare i corsi economici.
Come molti sanno, la storia non produce leggi e i cinquemila anni di civiltà sono niente in confronto ai 3 milioni del genere umano, se fino ad oggi le civiltà sono nate, si sono sviluppate, hanno cominciato più o meno repentinamente a declinare fino al collasso o lenta sparizione, non è detto che non si possa trovare il modo di cambiare profondamente per evitare il disadattamento catastrofico.
Tuttavia, chi pensa che la storia possa essere compressa nell’ora e mezza di un film americano in cui si mangiano pop corn osservando catastrofi, si metta comodo, il declino può durare dilanianti decenni e chi guarda non è fuori dal film, è il film.
Per tentare di salvare la nostra civiltà ci vuole tempo, pazienza, competenze molto larghe e diffuse, immaginazione realista, cicli idee-prassi di prova-errore-riprovare. Meno “intelligenza” artificiale, più intelligenza umana diffusa.